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EditorialeTUDOR, ORA DECIDI. UN NUOVO MAX PER IL MILAN

mercoledì 1 ottobre 2025 alle ore 19:24di Antonio Scaduto5 min di lettura

TUDOR, ORA DECIDI. UN NUOVO MAX PER IL MILANAntonio Scaduto
© foto di Antonio ScadutoCondividiTweet
AAutoreAntonio Scadutomercoledì 1 ottobre 2025 alle ore 19:24 · EditorialeAltre notizie

Il fritto misto va bene a tavola, magari quando vuoi qualcosa di sfizioso e non ti accontenti dei soliti calamari. Ma nel calcio, e soprattutto sulla panchina della Juventus, servono ricette diverse. Meno improvvisate. Perché l’allenatore non può cambiare idea ogni due giorni, né vivere di intuizioni estemporanee. Mi dispiace se a Igor Tudor fischiano le orecchie, ma è un discorso che va affrontato ora, prima che i verdetti del campo diventino sentenze. Questa sera arriva un test di Champions importante, da affrontare con serietà – senza sottovalutare il Villarreal – e già con due assenze pesanti: Bremer e Thuram fuori, due colonne che mancheranno proprio nel momento in cui servirebbe costruire certezze. Tudor ha il diritto di tenere alta la tensione nel gruppo, certo. Ma ha anche il dovere – fondamentale – di dare una direzione tecnica chiara. Non può esistere il paradosso per cui Jonathan David venga considerato titolare per una settimana intera… e poi finisca per non giocare nemmeno un minuto contro l’Atalanta, “perché era previsto in Champions”. Questo non è tenere tutti sulla corda: è confondere le carte. È costruire un labirinto dove, alla fine, rischia di perdersi anche chi l’ha disegnato.

Ci sono domande che non possono più restare sospese:

  • Openda è una punta centrale o una seconda punta?
  • Zhegrova è una semplice alternativa a Conceição, o può essere considerato un titolare fisso, magari quando avrà trovato la forma migliore?
  • Vlahovic continuerà a ballare tra campo e panchina a seconda dei gol segnati nel turno precedente?

Questo continuo ondeggiare è pericoloso. Perché costruire una squadra significa anche assumersi la responsabilità di fare scelte nette. Il “vediamo come va, poi decidiamo” può funzionare una volta. Ma se diventa sistema, si trasforma in caos. Che la Juventus abbia problemi a centrocampo è un dato acquisito. Non ci sono equilibri stabili né qualità sufficiente. E proprio per questo – lo dico chiaramente – non si possono lasciare nel dubbio anche i reparti dove, invece, la qualità abbonda. Se a ogni pareggio o prestazione opaca il primo bersaglio sono gli investimenti tecnici, allora tanto vale evitare di complicarsi la vita da soli. Tudor ha un dovere preciso: valorizzare il materiale che ha. Senza improvvisazioni, senza lanci di dado. Perché Openda, Zhegrova, David non sono brocchi. E nemmeno “casi”. Sono giocatori che vanno inseriti, capiti, messi nelle condizioni migliori per rendere. Il vero salto di qualità dell’allenatore passa di qui: nel sapere distinguere tra scommessa e certezza. E nel non ricominciare ogni domenica da capo. In un calendario fitto come quello della Juve, con tre impegni a settimana, è giusto fare rotazioni. Ma rotazione non significa rivoluzione. Non si può arrivare a novembre senza aver ancora visto uno straccio di formazione tipo. Non si può vivere con il dubbio permanente su chi sia titolare e chi no. Un allenatore è chiamato a scegliere. E, se serve, correggere. Ma non può restare fermo a metà, in un eterno limbo tecnico-tattico che rischia di inghiottire anche i giocatori più talentuosi. Alla lunga, questa ambiguità si paga. E quando la Juventus paga, non è mai a rate.

Due parole anche su Allegri e il Milan: sentire ripetere che “hanno sparato melma contro Allegri e ora tutti salgono sul suo carro” è uno di quei mantra che più appartengono al giornalismo da social network – spesso poco più di un chiacchiericcio sterile – che a chi fa questo mestiere con serietà da decenni. Mescolare le stagioni passate con l’attualità è un errore grossolano. Il dato oggettivo è che, come nei numeri delle vendite di un quotidiano, non puoi paragonare un tempo d’oro da 90mila copie a una crisi da 30-35mila e fingere che vada tutto bene. Così come è sbagliata la filosofia che ha guidato Allegri negli ultimi anni alla Juventus: una squadra con grandi potenzialità ma incapace di andare oltre una mediocrità che, a certi livelli, non può essere tollerata. I tre anni alla Juventus non possono essere liquidati come un semplice incidente di percorso: sono stati un periodo di stagnazione, caratterizzato da eliminazioni cocenti in Champions e da prestazioni spesso opache. Allegri ha sentito tutta la pressione di una società ambiziosa come la Juve, con Andrea Agnelli che gli aveva consegnato una responsabilità enorme e carta bianca quasi assoluta. Il risultato? Una gestione mediocre, che non può essere ignorata da chi vuole raccontare la realtà e non tesserarsi a un fan club. Sì, ha vinto una Coppa Italia, ma il clima dentro e fuori lo spogliatoio si era fatto insostenibile, e lo sfaldamento dell’entusiasmo era palese anche tra i tifosi juventini, l’85% dei quali chiedeva un cambio di passo. Quel cambio è arrivato, inevitabile e necessario. L’anno sabbatico ha fatto bene ad Allegri, forse più di quanto non sia successo in passato. Il nuovo Allegri è più carico, più ispirato, e sembra aver imparato dagli errori del recente passato, a differenza di quel ritiro parziale che aveva lasciato la Juve in una situazione di confusione. Rispetto a Spalletti, che è stato bravo a cogliere subito la palla al balzo a Napoli, Allegri è tornato con calma e consapevolezza. E il Milan attuale è terreno fertile: una squadra già solida che lui ha saputo migliorare, soprattutto a centrocampo, creando un mix di qualità e competitività. Non va poi sottovalutato il calendario: solo campionato e Coppa Italia, una gestione meno dispersiva rispetto ad altri anni. E non c’è la pressione di dover vincere lo scudetto a ogni costo, ma quella più ragionata di un ritorno in Champions, dopo una stagione da dimenticare. Infine, Allegri è tornato alle sue certezze: una difesa solida come fondamento, ma con la libertà di osare qualcosa di più creativo negli ultimi metri, andando oltre le solite ripartenze prevedibili. È giusto applaudire questa nuova versione di Allegri e riconoscere i segnali positivi che sta lasciando sul campo. Tuttavia, sarebbe un errore pericoloso e ingenuo usare questa rinascita per giustificare o dimenticare gli anni difficili vissuti alla Juve. Sono due capitoli distinti, storie separate e ben diverse. Chi fatica a comprenderlo, forse farebbe meglio a lasciare certe discussioni al bar dello sport.

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