EditorialeYILDIZ E QUEI PARAGONI BLASFEMI
Antonio ScadutoKenan Yildiz ha deciso, forse consigliato da un entourage fin troppo protettivo, che la pressione di una maglia storica possa essere gestita a colpi di palleggi sui social e Stories, all’interno di una stagione che lo sta vedendo drammaticamente ai margini nei momenti che contano. Una situazione che ha portato la dirigenza della Juventus ad blindare il suo contratto fino al 2030, lo scorso inverno, per mettere subito al sicuro un patrimonio costato una tombola in termini di ingaggio e aspettative, senza mandare in tilt una piazza che aveva già chiesto e ottenuto la valorizzazione della linea verde, con i risultati che oggi purtroppo conosciamo. Alla fine di questa stagione, vedremo quando, come e perché, nessuno potrà permettersi di dire che il club non abbia fatto di tutto e di più per un ragazzo che ha ricevuto cambiali di fiducia in bianco, prima e dopo i pasti. Senza tenere conto che a un certo punto bisognerebbe accettare il responso del campo piuttosto che pretendere di “affogare” la realtà con interventi e giustificazioni no-stop sui media. Tra l’altro poi (questa cosa è davvero assurda) poco apprezzati, se è vero che si continua a sventolare l’alibi dell’età come se a Torino si potesse aspettare all’infinito. Ma questa narrazione chi l’ha chiesta? Non ci sono dubbi che, mostrando lampi di classe pura lo scorso anno, Yildiz abbia fatto sognare una tifoseria intera, però – figlio mio – quanto sta costando questo digiuno in termini di punti? La Juventus neanche ha avuto il tempo di godersi la fine di un ciclo di transizione che ha subito dovuto consegnare le chiavi della squadra a un ragazzo totalmente a immagine e somiglianza del “dieci ideale” creato dalla stampa amica. Quando la società ha deciso di aprire i cordoni della borsa per consegnare il numero dieci e un rinnovo faraonico al suo gioiello, ha fatto una cosa che tendenzialmente contrasta con le necessità di un club che deve ritrovare subito la mentalità vincente. Ovvero dare le chiavi della squadra a un ventenne senza una reale continuità, ritenendo (ingiustamente) che bastasse il talento teorico per colmare il vuoto lasciato dai campioni del passato. La dirigenza avrebbe dovuto resistere e non piegarsi alla fretta mediatica di trovare un nuovo idolo, invece questa generosità nei riguardi del ragazzo la sta pagando a caro prezzo con l’uscita dalla Champions League, e nessuno potrà risarcire questo danno economico e di immagine. Penso che talvolta sarebbe anche giusto mettere una clausola sul contratto dei giovani assistiti da procuratori d’assalto, della serie: quando pretendi cifre da top player e tutele assolute, io magari ti accontento, ma se le cose non dovessero andare in un determinato modo o se si trattasse di un flop prolungato, toccherebbe anche a voi mettere mano al portafoglio o accettare un ridimensionamento automatico. Il bello (il brutto) di questa storia è che l’ambiente ritenga normale, nelle sue spiegazioni, giustificare oltre cinquanta giorni consecutivi senza un gol o un assist, dopo aver avuto la massima puntualità, centralità tattica e comprensione dalla Juventus. Il risvolto più importante di questa vicenda è uno: il calcio reale non è un reel di Instagram montato per fare i fighi e racimolare like. Quindi, non soltanto era un investimento rischioso per le responsabilità caricate sulle spalle del ragazzo, ma anche per l’inconcludenza vista sul rettangolo verde nelle ultime settimane. Proprio per questo motivo la prossima volta la Juventus faccia come sempre: piedi per terra, programmazione senza sconti e nessun pentimento, perché alla fine il conto dell’Europa League lo paga soltanto il club. E non certo i procuratori o Yildiz.
Foto: Instagram Juventus
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