EditorialeGATTUSO, IL PESO DI UN’ETICHETTA
Antonio ScadutoFateci caso: Rino Gattuso sembra dover ricominciare sempre da zero, come se il suo passato da allenatore non contasse nulla e ogni nuova esperienza fosse l’occasione buona per rimetterlo sotto processo. È successo anche alla Lazio. Non gli hanno concesso neanche il tempo di prendere confidenza con Formello, conoscere fino in fondo la squadra e mettere in pratica le proprie idee che erano già arrivati i verdetti. Inadeguato, non all’altezza, stagione complicata, addirittura scenari catastrofici. Tutto molto veloce, fin troppo. E soprattutto senza quella pazienza che, in altre circostanze, viene distribuita con una generosità decisamente maggiore. Gattuso non è un allenatore arrivato ieri. Ha guidato Milan e Napoli, ha conosciuto ambienti difficili, pressioni importanti e spogliatoi nei quali non bastava presentarsi con un nome per ottenere risultati. Ha lavorato anche all’estero e ha accettato la Nazionale in un momento nel quale la responsabilità era enorme. Si può discutere il suo percorso, naturalmente, ma cancellare tutto con una sentenza preventiva è un altro discorso. Alla Lazio si è presentato con la voglia di lavorare, senza chiedere corsie preferenziali e senza pretendere indulgenza. Eppure una parte del racconto mediatico aveva già stabilito che sarebbe stato un problema. La cosa curiosa è che si è parlato molto di Gattuso e pochissimo di quello che avrebbe dovuto fare Gattuso. Prima ancora di vedere la squadra all’opera, sono cominciate le valutazioni sulla sua presunta inadeguatezza, sulle difficoltà che avrebbe incontrato e su una stagione che sarebbe diventata un calvario. Una specie di sentenza anticipata, con tanto di commentatori pronti a spiegare perché non avrebbe funzionato. Tra ex dirigenti diventati opinionisti, firme conosciute e personaggi sempre pronti a intervenire, l’accoglienza non è stata esattamente quella che si riserva a un allenatore al quale si vuole concedere una possibilità. E invece il campo racconta che ci sono aspetti da considerare. Il gruppo ha mostrato partecipazione, i giocatori hanno risposto alle sollecitazioni dell’allenatore e si è vista una squadra coinvolta nel lavoro quotidiano. Non significa che la Lazio non abbia problemi, né che Gattuso sia immune dagli errori. Ci mancherebbe. Ma almeno sarebbe opportuno distinguere una valutazione tecnica da un pregiudizio personale. Se un allenatore sbaglia, si critica. Se la squadra non convince, si analizzano le responsabilità. Quello che non ha senso è partire dalla conclusione e cercare successivamente gli argomenti per sostenerla. A Rino, invece, è toccato ancora una volta il trattamento riservato a chi non gode di particolari protezioni. Ha dovuto prendersi responsabilità anche quando sarebbe stato più semplice scaricarle su altri, ha incassato critiche e ha continuato a cercare una strada. Alla Lazio non ha chiesto alibi, non ha domandato protezione e non ha preteso applausi preventivi. Ha accettato una situazione che comportava difficoltà e si è messo al lavoro. Non è poco, soprattutto in un ambiente nel quale spesso si parla molto prima di conoscere davvero le condizioni di partenza. Adesso non interessa stabilire se la Lazio arriverà in Champions, in Conference o se finirà lontana dagli obiettivi iniziali. Ci penseranno il campionato e i risultati a dare le risposte. Interessa, piuttosto, riconoscere che Gattuso sta lavorando, che il gruppo lo segue e che ci sono segnali tecnici e caratteriali che meritano di essere approfonditi. Il resto appartiene al solito rumore di fondo, quello che accompagna ogni allenatore prima ancora che abbia la possibilità di dimostrare qualcosa. Una cosa, però, andrebbe detta senza troppi giri di parole: Gattuso non ha bisogno di essere difeso a prescindere, ma nemmeno di essere attaccato per abitudine. La Lazio ha scelto lui, lui ha scelto la Lazio. Il giudizio arriverà, come è giusto che sia, quando ci saranno elementi sufficienti per formularlo. Fino ad allora, sarebbe sufficiente lasciarlo lavorare. Non è una richiesta di favore. È semplicemente il minimo sindacale.
foto x lazio
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